DONNE, PARITÀ E DIRITTI NELL’ITALIA DI FINE OTTOCENTO

Nel 1868 venne pubblicato a Padova il primo numero della rivista La Donna, fondata da Gualberta Alaide Beccari. Erano passati sette anni dall’unità d’Italia ed il clima e l’opinione nei confronti delle donne, non era dei migliori. Una società fortemente maschilista, e spesso misogina, impediva alle donne di emanciparsi, realizzarsi ed esprimere pienamente il loro potenziale.  “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” avrebbe scritto Massimo D’Azeglio qualche anno dopo. Lo storico inglese Christopher Duggan sostenne che fare gli italiani, per D’Azeglio, significava liberarli da vizi quali indisciplina, irresponsabilità, pusillanimità e disonestà ed instillare in loro ciò che egli chiamava “doti virili”. Gli italiani avevano quindi bisogno di emanciparsi, di uscire da quello stato di minorità sociale e morale in cui si trovavano da secoli. Ma se da un lato Massimo D’Azeglio e la classe politica attiva nell’Italia postunitaria ravvisavano la necessità della costruzione dell’identità italiana, dall’altro, quasi a rimarcare l’importanza del possesso di doti virili si dimenticava il ruolo delle donne e l’opportunità di inserirle nel percorso di emancipazione nazionale appena avviato. Nessun coinvolgimento, quindi, delle donne, che continuarono ad essere escluse, quasi completamente, ed ancora per lungo tempo, dal godimento dei diritti civili, politici ed economici. La società italiana, permeata da una mentalità fortemente maschilista, non solo non mostrò alcuna sensibilità verso le istanze e le rivendicazioni avanzate da gruppi di intellettuali donne, e sporadicamente anche da alcuni uomini, ma le osteggiò con forza, soffocando sul nascere ogni forma di legittima richiesta paritaria. Il giornale di Gualberta Beccari viene fondato proprio con l’obiettivo di rivendicare ciò che per la donna era considerato un diritto, anche se, nel periodo Risorgimentale, in Italia, il dibattito sull’emancipazione fu assai limitato, distinguendosi così, in senso negativo, da altre nazioni europee, come la Francia e l’Inghilterra. La Francia, grazie alle “spinte liberali e egalitarie della rivoluzione” ha, di fatto, sin dalla fine del ‘700, dato un contribuito significativo alla nascita del femminismo. Molto interessante fu La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pubblicata dalla scrittrice e drammaturga Olympe de Gouges sulla falsa riga della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che ne tradusse al femminile i suoi 17 articoli, partendo dalla convinzione che la donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Olympe de Gouges sarà la prima a rivendicare per le donne i diritti politici e il suo testo è considerato il primo documento moderno che reclama l’uguaglianza giuridica, politica e sociale tra uomo e donna. L’Italia, frammentata politicamente in tanti Stati, era ancora molto lontana dall’intraprendere questo percorso, che trovò invece un terreno fertile in altri Paesi. Si avviava alla sua unità nazionale, ma continuava a restare indietro nel riconoscere la parità uomo-donna. Alcuni dei fattori responsabili di questa riluttanza vanno ricercati nella forte influenza che la presenza della Chiesa esercitava sulla politica. Molti uomini politici, considerati illustri pensatori e menti illuminate del Risorgimento italiano, trovavano difficile rinunciare alla concezione maschilista della superiorità dell’uomo sulla donna e alcuni non mostrarono alcuna riserva nel manifestare apertamente il proprio pensiero. Tra questi troviamo anche uomini di Chiesa con funzioni politiche, come Vincenzo Gioberti, sacerdote, filosofo e primo ministro di Carlo Alberto, che disse: “La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e sostenta da sé”. Antonio Rosmini, anch’egli filosofo e sacerdote, afferma che “compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata”. Lo stesso Massimo D’Azeglio, rimarcando lo spirito della società maschilista dell’epoca, aveva anche scritto: “Si deve dire la verità e mantenere la parola data a tutti, e persino alle donne”.  Ancora un personaggio, il D’Azeglio, che pur autorevole, mostra poca considerazione per le donne e le relega ad un posto subalterno rispetto agli uomini. Anna Maria Mozzoni, la più grande femminista italiana dell’Ottocento, indicò senza mezzi termini coloro che impedivano alle donne di godere degli stessi diritti degli uomini e, a proposito del diritto di voto disse: “Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e … la democrazia opportunista!”. Alle donne non spettavano, per legge, gli stessi diritti garantiti agli uomini. Le istituzioni politiche e religiose dell’Italia unita continuarono a mostrare forte resistenza verso le rivendicazioni paritarie femminili. Tutti i progetti di legge presentati al fine di garantire il diritto di voto, almeno ad alcune categorie di donne, furono sistematicamente respinti, escludendo di fatto le donne dal voto al pari delle persone analfabete, degli interdetti, dei detenuti in espiazione di pena e dei falliti. Il primo numero della rivista “La donna”, fondata da Gualberta Beccari uscì a Padova il 12 aprile 1868 e ben presto il giornale si rivelò come “una delle più importanti espressioni dell’emancipazionismo femminista italiano del secondo Ottocento”. Il progetto della Beccari fu subito ben chiaro ed esplicito sin dal primo numero, nel quale, senza mezzi termini, si indicavano le linee guida del processo di emancipazione femminile che avrebbe dovuto aver luogo. La decisione di avvalersi solo di collaborazioni femminili sia per la redazione del giornale sia per la stesura degli articoli della rivista segnò sicuramente un momento importante nel progetto della Beccari, che fece della rivista un caso raro, forse unico nel panorama letterario-giornalistico italiano. Difficilmente la Beccari avrebbe trovato uomini disposti a perorare la causa delle donne. Certo, ci sono stati alcuni uomini, all’indomani dell’unità d’Italia, che con coraggio hanno tentato più volte di scardinare il possente edificio del primato e del dominio maschile sulla donna, costruito in secoli di prevaricazioni, abusi e umiliazioni di ogni tipo. Ma tali sporadici tentativi, sebbene motivati dalle migliori intenzioni, non hanno sortito alcun effetto, e sono stati criticati, ignorati e considerati fuori luogo. Basti pensare che, a partire dal 1867, quindi solo un anno prima della fondazione della rivista La Donna, un deputato pugliese, a dir poco illuminato e fuori dal coro, Salvatore Morelli, presentò alla Camera dei Deputati una serie di progetti di legge che chiedevano la parità uomo-donna sotto tutti gli aspetti: abolizione della schiavitù domestica, l’eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, il doppio cognome, i diritti dei figli illegittimi, il divorzio, il diritto di voto per le donne. Inutile dire che tutte queste proposte furono bocciate dal parlamento italiano. Dopo la bocciatura della legge, Giuseppe Mazzini scrisse a Salvatore Morelli dicendogli che sperare di ottenere l’emancipazione femminile “alla Camera come è costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia è […] come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavitù”. I temi trattati, le istanze avanzate e le argomentazioni presentate da La Donna alla classe politica ed alla società, sono tutt’altro che scontati o di facile trattazione. Numerose sono le questioni affrontate ed approfondite nei vari testi presenti nella rivista. Erano temi ritenuti inopportuni ed impensabili per il tempo. Se da un lato poteva anche sembrare accettabile per la società del tempo la rivendicazione di alcuni di questi diritti da parte delle donne come l’istruzione superiore e universitaria, quello riguardante le professioni femminili o l’abolizione della legalizzazione della prostituzione, dall’altro era inconcepibile chiedere la parità salariale, l’uguaglianza nei diritti politici, la possibilità di divorziare o la separazione dei beni durante il matrimonio: tutti argomenti controversi in un’Italia che politicamente si definiva liberale, ma che poi mostrava di essere alquanto arretrata culturalmente ed estremamente intransigente e rigida nell’affrontare la questione femminile. E i decenni che ancora dovevano passare prima di veder riconosciuti molti di questi diritti alle donne italiane, dimostrano quando fosse profondamente radicato il seme della disuguaglianza. Notevole importanza veniva attribuita dalla Beccari all’aspetto pedagogico. Al concetto di emancipazione era associato in maniera imprescindibile quello di educazione e di istruzione. L’educazione rappresentava il “presupposto indispensabile per operare una rivoluzione radicale delle coscienze e del costume” perché, come sosteneva la Beccari nella sua rivista, nell’articolo intitolato Alle donne italiane, del 10 maggio 1973, se la donna è “mantenuta nell’ignoranza, nell’inazione, in una minorità, non è né può essere ch’erba parassita della famiglia, invece noi la vogliamo fare la colonna sulla quale la famiglia deve fondarsi, rinnovandosi”. La rivista di Gualberta Beccari, sebbene pubblicata ininterrottamente per oltre venti anni, non ebbe vita facile. I temi affrontati dalle varie autrici furono osteggiati e avversati dalla maggioranza, ma ebbero però il merito di innescare un ampio dibattito culturale. La pubblicazione della rivista, con le sue rivendicazioni paritarie tra uomo e donna destò, sin da subito, grande scandalo. Era impensabile per la società maschilista del tempo un ruolo per la donna al di fuori dell’ambito familiare. Molte le critiche e le chiusure indirizzate alla causa emancipazionista della Beccari, e tra queste non rientrano solo “le storiche figure maschili, ma anche l’indifferenza e le difficoltà delle donne stesse a partecipare alla cosa pubblica nel timore di stravolgere e compromettere, dentro e fuori le mura domestiche, i tradizionali paradigmi” che vedevano il ruolo della donna esclusivamente in seno alla vita del focolare domestico. Le donne italiane erano ancora impreparate ad accettare temi così nuovi, considerati irricevibili per quel tempo.  Ed è con grande amarezza che la Beccari prende atto di tale indifferenza. Ostile alla Beccari ed alla sua rivista si mostrò anche la scrittrice Matilde Serao che non le risparmiò critiche malevoli, definendo i suoi scritti degli “interminabili piagnistei”. Il giornale fondato da Gualberta Beccari è stato il primo, in Italia, a trattare i temi del femminismo. Esso ha senz’altro rappresentato un caso unico nel panorama giornalistico-letterario dell’Italia postunitaria. La Donna, pur con una diffusione modesta, è stata una rivista d’avanguardia perché ha saputo, con garbo e fermezza, rivendicare per ogni donna quei diritti che le sono stati lungamente negati, mostrando coraggio nel proporre alcuni temi che, seppur presenti in altri Paesi, erano nuovi per la società italiana, ancora poco illuminata ed imbevuta di tradizione cattolica nella quale il ruolo femminile è considerato subalterno a quello maschile. La Donna ha affrontato ostilità e critiche agguerrite ma è andata avanti per la sua strada, convinta di dover portare avanti quella che riteneva fosse una sacra missione: educare e istruire ciascuna donna per aiutarla a conquistare in ogni campo un posto non più subalterno all’uomo, ma paritario. La coraggiosa Olympe de Gouges, a cui la Beccari ha senz’altro guardato con ammirazione, aveva sfidato gli uomini del suo tempo con la parola ed il ragionamento, come quello riportato nell’introduzione alla Dichiarazione dei diritti della Donna e della cittadina: “Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacia, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più“.

 Olympe de Gouges, per aver osato chiedere e combattere per questi diritti, vide, nel suo caso, realizzarsi quello il diritto di essere ghigliottinata, nel 1793. Circa cento anni dopo, la rivista di Gualberta Beccari terminava la sua pubblicazione, resa sempre più difficile dalla forte ostilità contro cui aveva dovuto lottare e difendersi. Ma il seme era stato piantato. Altre pubblicazioni femminili erano sorte negli anni successivi e, tra queste, un nuovo giornale con lo stesso titolo, La Donna, supplemento a La Stampa di Torino che, nel numero del 5 aprile 1909, ribadisce con enfasi le legittime aspirazioni di uguaglianza fortemente reclamate dalle donne: “Che cosa vuole la donna moderna? Diventare ragione senza perdere il sentimento, diventare diritto senza perdere il dovere, diventare lavoro senza perdere la poesia. Ecco perché la mentalità a cui aspirano le donne contemporanee è uno dei grandi segni precursori dei tempi nuovi e sarà una delle più grandi potenze dell’avvenire”.

CIRO DE ANGELIS

PS: Questo articolo è una sintesi del seguente saggio, pubblicato nel 2016:

Ciro De Angelis, “Temi e testi precursori del femminismo italiano in «La donna», rivista d’avanguardia dell’Italia postunitaria”, in Atti del Convegno “Il Tempo e lo Spazio nella Lingua e nella Letteratura italiana”, a cura di Elena Pirvu, Università di Craiova, 16-17 settembre 2016, Firenze, Franco Cesati Editori, 2018, ISBN 978-88-7667-718-2.

 

 

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