Noi e gli Altri

“La diversità umana è infinita”, sostiene il filosofo bulgaro Cvetan Todorov, nella sua opera Noi e gli altri, e continua dicendo: “volendola esaminare, da dove cominciare?” Todorov riflette sulla grande varietà presente nella specie umana, chiedendosi se esistono valori universali o se questi siano relativi ad un luogo, ad un momento storico e all’identità degli individui. Il filosofo si sofferma sull’etnocentrismo che ha caratterizzato numerose culture e popoli, che ha elevato, in modo indebito, i valori caratteristici della società alla quale si appartiene, a valori universali. L’etnocentrista crede che i suoi valori siano i veri valori. Questa convinzione, allargata anche alla sfera religiosa è stata, nella storia, causa di guerre, odio, divisioni, imposizioni e conversioni forzate. Ancora oggi è necessario un forte impegno, spesso molto arduo, per realizzare un dialogo fra culture e religioni diverse, basato sulla tolleranza e, ancor di più, sul rispetto.

Molti stentano ancora a comprendere che la diversità non solo è un valore, fonte di arricchimento personale e sociale, ma anche una realtà che non si può più ignorare o negare. è  necessario sottolineare quanto il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze e della diversità possano contribuire alla pacifica convivenza dei popoli per la costruzione di una società non più solo multiculturale, cosa di fatto già esistente, ma anche interculturale e, ancor di più, intra-culturale. L’invito è quello di conoscere l’altro, superare i pregiudizi, andare oltre le apparenze e cercare di capire. La mancanza di conoscenza degli altri è elevata. Ma gli altri esistono, sono tra noi e non possiamo ignorarli. È opportuno, quindi, chiederci, cosa sappiamo degli altri, del loro modo di vivere e di interpretare il mondo con le sue molteplici sfaccettature? Quanto conosciamo dei loro sogni, aspirazioni e speranze? E, a proposito dei migranti, ci si può chiedere: che consapevolezza abbiamo dell’esperienza migratoria affrontata? E delle grandi vicissitudini subite, della precarietà vissuta, dell’annientamento della loro identità e della perdita della storia e della memoria?

Esiste poi il versante intra-culturale. Per molti, gli «stranieri» sono semplicemente gli «altri». Sono tutti uguali, specie se hanno lo stesso colore di pelle o se hanno un evidente accento tipico dei Paesi dell’Europa dell’est. Si guarda al gruppo e non al singolo nella sua specificità. Raramente i singoli stranieri sono identificati nelle loro differenze o nella pluralità delle loro soggettività. Quasi sempre la dimensione individuale rimane sconosciuta e si dissolve all’interno di una altrettanto sconosciuta entità collettiva, astratta e indifferenziata. Il singolo si perde nell’indistinzione del gruppo. Grave errore! L’aspetto intra-culturale ci impone, invece, di cogliere l’ineludibile specificità cognitiva, affettiva, comunicativa ed esistenziale di ciascun componente di una comunità. (vedi Franca Pinto Minerva, Curriculi interculturali per un pensiero plurale).

Ricordiamo che ciò che non si conosce fa paura, mentre la conoscenza crea ponti ed avvicina i popoli. “Mai costruire muri. Soltanto ponti”, disse Isaac Newton. In un’Europa tristemente impegnata nella ricostruzione dei muri per dividere i popoli, bisogna ricordare che solo i ponti ci aiuteranno a scoprire le ricchezze insite negli altri, a valorizzare ciò che ci unisce e a guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È ancora una volta il caso di riconoscere che la principale identità di ciascuno non è quella etnica o culturale, ma quella umana. L’identità universale di persona è anteriore a qualsiasi identità particolare. Riconoscere che la comune umanità è al di là di qualsiasi differenza culturale e religiosa, può rappresentare la chiave per ogni pacifica convivenza. E non dimentichiamolo mai: gli altri siamo noi!

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